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DISCARICA DI SCAPIGLIATO 1982/2012

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ARIA, la Toscana stravolge la normativa europea per ridurre le centraline e renderle inutilizzabili PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Marchi   
Venerdì 18 Febbraio 2011 08:40

LE CENTRALINE TOSCANE E LA SITUAZIONE NELLA PROVINCIA DI LIVORNO

 

 

  1. Introduzione - La Direttiva 2008/50/CE

 

La Direttiva 2008/50/CE, al di là della dichiarata preoccupazione di garantire la qualità dell’aria, sembra presupporre il fatto che non è possibile mantenere fin da subito l’inquinamento a livelli del tutto sicuri;  si preoccupa quindi di assicurare almeno un numero minimo di centraline su tutto il territorio europeo e di fissare degli obiettivi comuni di riduzione dell’inquinamento, da raggiungere entro un certo numero di anni.

La direttiva dichiara: “Per garantire che le informazioni raccolte sull’inquinamento atmosferico siano sufficientemente rappresentative e comparabili in tutta la Comunità, ai fini della valutazione della qualità dell’aria ambiente è importante utilizzare tecniche di misurazione standard e criteri comuni per quanto riguarda il numero e l’ubicazione delle stazioni di misurazione”.

 

In una rete, già non del tutto adeguata alle necessità, la Direttiva 2008/50/CE si preoccupa di assicurare che: “Il ricorso a tecniche di valutazione supplementari dovrebbe anche consentire di ridurre il numero minimo di punti di campionamento fissi”, e ancora, ad esempio: “… nelle zone e negli agglomerati nei quali le informazioni provenienti dai punti di campionamento per le misurazioni in siti fissi sono integrate da informazioni ottenute con la modellizzazione e/o con misurazioni indicative, il numero complessivo dei punti di campionamento di cui all’allegato V, punto A, può essere ridotto fino ad un massimo del 50% …”.

A tal proposito si può osservare che le tecniche di modellizzazione, sono utili, comode e possono far risparmiare risorse economiche, ma sono solo simulazioni soggette a errore, specie nel caso di situazioni notevolmente variabili nel tempo e sul territorio. Sono quindi d’aiuto, in aggiunta agli impianti esistenti, ma non li possono sostituire, specie quando il numero di questi è già fortemente ridotto.

 

Secondo la stessa Direttiva 2008/50/CE, il numero degli impianti previsti può essere davvero basso; si tenga, ad esempio, presente il criterio riportato ad un certo punto (per l’ozono): “in ciascuna zona o agglomerato il numero di punti di campionamento sia almeno uno per due milioni di abitanti o uno per 50 000 km2, se ciò produce un numero maggiore di punti di campionamento …”.

 

In più parti della Direttiva 2008/50/CE traspare l’intento di permettere il contenimento del numero delle centraline; vi si afferma, ad esempio: “prevedere almeno una stazione di monitoraggio di fondo urbano e una stazione orientata al traffico, a condizione che ciò non comporti un aumento del numero di punti di campionamento…”.

 

 

  1. La Direttiva 2008/50/CE e il D.lgs. 155/2010 non prescrivono la drastica riduzione del numero delle centraline: non si può contrabbandare il numero minimo per il numero massimo

 

L’Articolo 7 della Direttiva 2008/50/CE del 21/5/2008 prescrive: “in ciascuna zona o agglomerato nei quali le misurazioni in siti fissi sono l’unica fonte di informazione per valutare la qualità dell’aria, il numero dei punti di campionatura per ogni inquinante interessato non deve essere inferiore al numero minimo di punti di campionamento indicato nell’allegato V, punto A”.

L’Articolo 1 del Decreto legislativo 155 del 13 agosto 2010, che recepisce la citata Direttiva, al punto g stabilisce che: “ai fini della valutazione della qualità dell'aria ambiente e' evitato l'uso di stazioni di misurazione non conformi e, nel rispetto dei canoni di efficienza, di efficacia e di economicità, l'inutile eccesso di stazioni di misurazione”.

Nell’Articolo 2, il Decreto dà poi la definizione di “rete di misura”, cioè il “sistema di stazioni di misurazione degli inquinanti atmosferici da utilizzare ai fini del presente decreto; il numero delle stazioni della rete di misura non eccede quello sufficiente ad assicurare le funzioni previste dal presente decreto”.

Lo stesso concetto viene poi ripetuto nell’Articolo 5 che prescrive: “Il numero delle stazioni di misurazione previste dal programma di valutazione deve essere individuato nel rispetto dei canoni di efficienza, efficacia ed economicità”. Infine l’Articolo 7, stabilisce che “Nelle zone e negli agglomerati in cui le misurazioni in siti fissi costituiscono l'unica fonte di informazioni sulla qualità dell'aria ambiente e' assicurato un numero minimo di stazioni di misurazione di ciascun inquinante di cui all'articolo 1, comma 2, pari a quello previsto all'allegato V, paragrafi 1, 2 e 3”.

 

Sulla base di quanto stabilito dalla Direttiva 2008/50/CE e dal D.lgs. 155/2010, pare chiaro che la drastica riduzione delle centraline di monitoraggio effettuata dalla Regione Toscana non trova alcun riscontro di legge: né la Direttiva, né il Decreto legislativo di applicazione fissano limiti al numero massimo di centraline, né tanto meno prescrivono la riduzione del numero di quelle esistenti.

In sostanza la Regione Toscana ha deciso di ridurre la propria rete di monitoraggio fin quasi ai livelli minimi stabiliti dalla Direttiva e dal Decreto legislativo di applicazione quando, in realtà, al più quest’ultimo parla solo del “rispetto dei canoni di efficienza, efficacia ed economicità”.

 

            Per parlare di fatti concreti e quantificabili, la Regione Toscana ha ridotto il numero delle centraline della rete pubblica regionale passando dalle 97 attive nel 2006, alle 80 di alcuni mesi fa, fino alle attuali 32.

Nella Provincia di Livorno si è passati da tredici a cinque, eliminando ogni controllo sulla zona industriale di Rosignano Solvay, dove funzionavano quattro centraline. La decisione, gravissima, appare incomprensibile, se non alla luce della volontà di tagliare “a più non posso”. Seguendo la stessa logica, si è lasciato a Piombino un singolo presidio. Si sono ridotte, a Livorno, le centraline da sei a tre, limitando quindi molto la possibilità di monitorare il reale peso del notevole inquinamento derivante dal traffico, dall’area industriale e dalle attività portuali. Insomma, anche qui, invece di potenziare la rete di monitoraggio la si è ridotta all’osso.

 

 

  1. La mistificazione perpetrata dalla Regione Toscana per far credere che la qualità dell’aria nelle aree urbane è valutata, secondo la legge, mediante i siti di fondo urbano

Il D.lgs. 155/2010 dispone: “L'intero territorio nazionale e' suddiviso in zone e agglomerati da classificare ai fini della valutazione della qualità dell'aria ambiente… Alla zonizzazione provvedono le regioni e le province autonome …”.

 

La Deliberazione 1025 del 6 dicembre 2010 della Regione Toscana ha provveduto quindi alla “Zonizzazione e classificazione del territorio regionale”. Nella parte iniziale, tra l’altro, recita:

- “Considerato che la Direttiva 2008/50/CE, art. 2, punto 23, per quanto riguarda le aree urbane, indica che l’esposizione della popolazione viene valutata attraverso siti di fondo urbano in quanto rappresentativi della qualita` dell’aria in tali aree come indicato anche dal D.lgs. 155/2010, all. 3, par. 2, punto 5”, e ancora:

- “… i superamenti dei valori limite avvengono prevalentemente nelle aree urbane delle zone e degli agglomerati e che, come gia` ricordato, l’esposizione della popolazione agli inquinanti in tali aree e` descritta dalle stazioni di fondo urbano”.

 

In realtà la Direttiva 2008/50/CE, art. 2, punto 23, recita: “«sito di fondo urbano»: sito all’interno delle zone urbane dove i livelli sono rappresentativi dell’esposizione della popolazione urbana generale”. Il D.lgs. 155/2010 recita poi: “L’esposizione media della popolazione è valutata attraverso le stazioni di misurazione di fondo nei siti urbani”.

 

A una prima lettura, quanto riportato nella zonizzazione della Regione Toscana pare corrispondente a quanto stabilito dalla Direttiva 2008/50/CE e dal D.lgs. 155/2010. Non è però così.

 

Si può subito osservare che l’espressione: “l’esposizione media della popolazione” usata nella Direttiva 2008/50/CE, viene trasformata, nella citazione pur virgolettata della Regione, nell’espressione: “l’esposizione della popolazione”. Sparisce insomma la parola “media”. Non è, come ora si vedrà, poca cosa.

Per chiarire appieno le implicazioni di questa omissione si tenga presente che la Direttiva 2008/50/CE e il D.lgs. 155/2010 danno un particolare significato tecnico all’espressione “esposizione media”.

Il D.lgs. 155/2010, all’Art. 2, definizioni, recita: “indicatore di esposizione media: livello medio da determinare sulla base di misurazioni effettuate da stazioni di fondo ubicate in siti fissi di campionamento urbani presso l'intero territorio nazionale e che riflette l'esposizione della popolazione. Permette di calcolare se sono stati rispettati l'obiettivo nazionale di riduzione dell'esposizione … ”, e ancora, riguardo l’obiettivo nazionale di riduzione dell’esposizione: “obiettivo nazionale di riduzione dell'esposizione per le concentrazioni nell'aria ambiente di PM2,5”.

La stessa Direttiva 2008/50/CE parla poi all’Articolo 15 e nell’Allegato XIV del “Obiettivo nazionale di riduzione dell’esposizione al PM2,5 - per la protezione della salute umana”. Similmente fa il D.lgs. 155/2010 all’Articolo 12 e nell’Allegato XIV.

 

In conclusione, secondo la Direttiva 2008/50/CE e il D.lgs. 155/2010, nelle aree urbane l’esposizione media - non l’esposizione – della popolazione è valutata attraverso le stazioni di misurazione di fondo nei siti urbani. Tale metodologia di misura viene utilizzata ai soli fini del raggiungimento dell’Obiettivo Nazionale di riduzione delle polveri sottili PM2,5.

 

Non è dunque vero che la Direttiva 2008/50/CE e il D.lgs. 155/2010, affermano, come vorrebbe far credere la Deliberazione regionale sulla zonizzazione, che: “…per quanto riguarda le aree urbane …l’esposizione della popolazione viene valutata attraverso siti di fondo urbano in quanto rappresentativi della qualità` dell’aria in tali aree”.

La qualità dell’aria, come è più che chiaramente indicato dalla Direttiva 2008/50/CE e dal D.lgs. 155/2010 - Obiettivo nazionale per le PM2,5 a parte - deve essere valutata anche nelle aree urbane nei vari luoghi, “per ciascun inquinante”, con i vari tipi di centraline e in base al superamento o meno dei vari limiti stabiliti.

 

La soppressione, effettuata dalla Deliberazione 1025/2010 di zonizzazione della Regione Toscana, della parola “generale” e soprattutto della parola “media”, parola invece ben presente nelle relative significative frasi della Direttiva 2008/50/CE e del D.lgs. 155/2010, produce dunque un pieno stravolgimento oltre che della lettera anche del significato delle disposizioni nazionali e comunitarie. Appare come una vera e propria mistificazione, volta a dare un valore minimale alle essenziali centraline di vario tipo (ad esempio, da traffico) per i vari inquinanti (PM10, benzene, ecc) e ad aprire quindi la strada alla legittimazione della riduzione del loro numero.

 

Era dunque inevitabile, che - come riportano vari organi d’informazione - fonti interne alla Commissione europea abbiano dichiarato che le nuove regole di misurazione delle PM10 adottate dalla Regione Toscana potrebbero violare la direttiva comunitaria in materia di qualità dell'aria. Sempre secondo questi organi infatti, la qualità dell'aria deve essere rilevata obbligatoriamente sia nelle centraline di traffico che in quelle di fondo.

 

È da tener presente, a proposito, che la direttiva 2008/50/CE prevede che: “L’applicazione negli Stati membri dei criteri per la selezione dei punti di campionamento è monitorata dalla Commissione in modo da agevolare l’applicazione armonizzata di detti criteri in tutta l’Unione europea”.

 

A questo punto sorge inevitabilmente il sospetto che la Regione Toscana, mentre piovono sull’Italia le multe dell’Europa per gli sforamenti dei limiti per gli inquinanti negli anni passati, abbia scelto la strada di ridurre drasticamente i controlli al fine di limitare, almeno apparentemente, la rilevanza dei problemi ambientali della regione Toscana.

 

 

  1. Una “zonizzazione” secondo aree assai poco omogenee

 

Questi dubbi e sospetti trovano purtroppo puntuale conferma a seguito dell’esame della zonizzazione effettuata dalla Regione Toscana e del numero risultante di centraline.

 

Il D.lgs. 155/2010 prevede: “L'intero territorio nazionale e' suddiviso in zone e agglomerati da classificare ai fini della valutazione della qualità dell'aria ambiente”, e ancora: “il processo di zonizzazione presuppone l’analisi delle caratteristiche orografiche e meteo-climatiche, del carico emissivo e del grado di urbanizzazione del territorio, al fine di individuare le aree in cui una o più di tali caratteristiche sono predominanti nel determinare i livelli degli inquinanti. Tali aree devono essere accorpate in zone contraddistinte dall’omogeneità delle caratteristiche predominanti”.

La Regione Toscana, al fine di ridurre drasticamente il numero totale delle centraline ha dunque adottato i seguenti due metodi:

- Ha sostanzialmente diviso la Toscana in poche grandi zone (6 macrozone), accorpando territori dalle caratteristiche e dal grado d’inquinamento assai diversi, anche in difformità con altre precedenti deliberazioni della stessa Regione. Risultano in questo modo inseriti in una eterogenea macrozona, ad esempio, territori della provincia di Livorno, già indicati come specifiche zone da bonificare, dove sono presenti importanti fonti industriali d’inquinanti.

- Ha minimizzato l’importanza delle centraline urbane non di fondo e, anche a seguito di ciò, ha per ogni zona stabilito un numero molto ridotto di centraline, compatibilmente con quanto disposto dalla Direttiva 2008/50/CE e dal D.lgs. 155/2010.

 

Il risultato complessivo è, come detto, il drastico taglio delle centraline che, fra l’altro, produrrà risparmi non significativi, dal momento che il mantenimento di una centralina costa circa 8 mila euro all’anno (sembra che una centralina costi circa 50mila euro).

Le possibili conseguenze sanitarie di carenti controlli ambientali possono produrre costi assai maggiori, anche di tipo economico.

 

 

  1. La localizzazione delle centraline di Livorno

 

La Direttiva 2008/50/CE del 21 maggio 2005, nell’Allegato III, punto C, “Ubicazione su microscala dei punti di campionamento”, stabilisce i criteri che si devono applicare al momento di decidere l’esatta ubicazione della stazione di campionamento. Il primo capoverso di tale punto cosi recita: — l’ingresso della sonda di campionamento deve essere libero (per un angolo di almeno 270°) e non vi debbono essere ostacoli che possano disturbare il flusso d’aria nelle vicinanze del campionatore (di norma ad alcuni metri da edifici, balconi, alberi ed altri ostacoli e, nel caso di punti di campionamento rappresentativi della qualità dell’aria sulla linea degli edifici, ad almeno una distanza di 0,5 m dall’edificio più prossimo)”.

 Tali prescrizioni sono confermate dall’Allegato III, punto 4, del  Decreto Legislativo 155 del 13 agosto 2010 che al punto 4 stabilisce: “Alle stazioni di misurazione si applicano i seguenti criteri di ubicazione su microscala: 1.1 L'ingresso della sonda di prelievo deve essere libero da qualsiasi ostruzione, per un angolo di almeno 270°. Al fine di evitare ostacoli al flusso dell'aria, il campionatore deve essere posto ad una distanza di alcuni metri rispetto ad edifici, balconi, alberi e altri ostacoli …”.

 

La lettura di quanto stabilito dalla Direttiva 2008/50/CE e dal D.lgs. 155/2010 di recepimento permette di capire quanto fosse giustificata la critica fatta per anni dai comitati dei cittadini che hanno sempre stigmatizzato la collocazione di tali centraline, e non solo perché lontane dal centro cittadino (Viale Carducci), dalle zone abitative più toccate dal traffico e dall’attività industriale e portuale (Piazza Cappiello).

Pare ora evidente che le centraline site in Viale Carducci e Piazza Cappiello non possono rimanere dove sono. Si tratta infatti di centraline che non rispettano la prescrizione della distanza dagli alberi, visto che sono poste proprio sotto i rami degli alberi stessi. Simili considerazioni valgono per la centralina di via Gobetti (Corea), tutt’ora in funzione ma che, come sembra, si intende chiudere.

 

 

  1. La chiusura della centralina di via Gobetti

 

Dall’allegato 3 della Deliberazione 1025/2010 della Regione Toscana, si apprende che a Livorno saranno mantenute tre centraline, quella di Viale Carducci, quella di Piazza Cappiello e una terza che dalla legenda viene indicata come “non ancora attiva”. Si può quindi supporre che la stazione sita in via Gobetti, tutt’ora funzionante, verrà chiusa e sostituita da una centralina posta in luogo attualmente non noto.

L’Allegato V della Direttiva 2008/50/CE del 21 maggio 2008 e che descrive i criteri per determinare il numero minimo dei punti di campionamenti, stabilisce però nella nota 1) alla tabella sulle fonti diffuse che: “… I punti di campionamento con superamenti del valore lite del PM10 negli ultimi tre anni sono mantenuti, a meno che non sia necessaria una delocalizzazione per circostanze speciali, in particolare lo sviluppo territoriale”.

 

Sulla base di quanto stabilito dalla Direttiva 2008/50/CE non pare dunque che la Regione Toscana possa chiudere la centralina di via Gobetti che negli ultimi tre anni ha superato più volte i limiti.

 

 

  1. Conclusioni

 

La ristrutturazione della rete di monitoraggio della qualità dell’aria, voluta dalla Regione Toscana, invece di potenziare la rete, l’ha ridotta ai minimi termini. Ha quindi ridotto drasticamente gli strumenti di lotta all’inquinamento dell’aria.

 

A seguito della drastica riduzione del numero delle centraline, in particolare di quelle più “critiche” e della collocazione delle “superstiti” in luoghi non corrispondenti ai requisiti stabiliti dalla legge:

- si ridurranno i superamenti segnalati, il conseguente allarme della popolazione, le multe comunitarie;

- si diminuirà l’entità dei provvedimenti da prendere per migliorare la qualità dell’aria;

- si renderà meno difficile l’inserimento di impianti altamente impattanti, come ad esempio inceneritori e centrali a biomasse, nei territori toscani più altamente inquinati.

 

 

In particolare, nella Provincia di Livorno sparisce ogni controllo a Rosignano Solvay, una zona fra le più inquinate d’Italia. Rimane solo un presidio in un’altra area fortemente inquinata come quella di Piombino.

 

Per quanto riguarda Livorno, negli anni passati i comitati dei cittadini sono stati fortemente critici sui criteri di ubicazione delle centraline. Hanno criticato il fatto che:

- nessuna centralina per la misurazione delle PM10 fosse inserita nel centro cittadino, specialmente in zone altamente trafficate e a forte urbanizzazione (Piazza Grande, via Grande, Piazza Repubblica, Piazza Mazzini, via Marradi, via degli Avvalorati, ecc.);

- nessuna centralina per la misurazione delle PM10 fosse stata installata a ridosso delle aree portuali (quartiere Venezia, per esempio);

- fossero assai difficilmente disponibili i livelli del benzene, misurato peraltro, in pochissime centraline.

- la zona di Stagno-Villaggio Emilio non avesse centraline pubbliche ma solo una antiquata e inutile rete di proprietà dell’Associazione industriali di Livorno.

 Ora però la situazione peggiorerà ulteriormente: se chiuderà la stazione di via Gobetti i quartieri nord potrebbero rimanere sprovvisti di un sia pur minimo presidio di controllo dell’aria. Si darà la preferenza alla stazione di Piazza Cappiello, come se il quartiere dell’Ardenza possa essere considerato rappresentativo della qualità dell’aria che si respira nel resto della città, zona nord compresa.

Non si sa ancora dove verrà installata la terza centralina - nel caso si voglia chiudere quella di via Gobetti - ma, quale che sia la decisione, qualche importante fetta di territorio rimarrà inevitabilmente scoperta.

Il quadro disegnato dalla nuova rete di monitoraggio lascia sconcertati. Lascia pure fortemente sconfortati, una classe politica che, evidentemente, ritiene talmente irrisolvibile la questione dello smog nelle nostre città da arrivare a forzare la normativa europea: dopo averne ritardato l’applicazione ora opera per stravolgerne il senso.

 

A cura di

Mario Martelli (Comitato Salute Ambiente Livorno)

Maurizio Zicanu (Medicina democratica)

 
LA TOSCANA SI FA BELLA CON LA GEOTERMIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Marchi   
Mercoledì 16 Febbraio 2011 10:25

MEDICINA DEMOCRATICA  Sezione di Livorno e della Val di Cecina

 

La Toscana si fa bella con la geotermia, abusivamente

 “Presentato lo studio epidemiologico condotto da Ars sui 16 Comuni interessati.

Nelle aree geotermiche una buona qualità della vita (titolo).

L’assessore Bramerini: «Il quadro sanitario conferma il trend regionale»

«Lo studio dell'Ars – sottolinea l’assessore Bramerini -, poderoso e importante perché uno dei primi completi che valutano la situazione sanitaria nelle aree geotermiche, evidenzia dati di salute rassicuranti …” (Dal sito della Regione  Toscana,  fine novembre 2010)

Vedremo più avanti quanto sono rassicuranti.

 L’UE ha fissato i modesti obiettivi 20/20/20 per la generazione elettrica: nel 2020 il 20% di energia elettrica da fonti rinnovabili, il 20% di risparmio energetico, il 20% di riduzione di emissioni climalteranti, ufficialmente per contrastare i cambiamenti climatici, in realtà per aumentare il giro d’affari delle banche, che commerciano in diritti di emissione.

Il governo Berlusconi ha spinto ed ottenuto per ridurre dal 20 al 17% l’energia da fonti rinnovabili, nonostante l’Italia sia in clamoroso ritardo sulla riduzione delle emissioni climalteranti.

In questa Italia pigra ed irresponsabile, la Toscana si presenta altrettanto pigra ed anche deviata:

il PIER (Piano energetico) della Toscana (luglio 2008) afferma che siamo al 35% da energie rinnovabili: il 29% proviene dalla geotermia, il restante 6% dall’idroelettrico. Quasi nulla la produzione da fonti rinnovabili vere.

 

Se togliamo la geotermia dalle fonti rinnovabili, siamo in estremo ritardo rispetto al 2020 con i pur modesti obiettivi della UE. Perché occorre togliere dal computo delle rinnovabili la geotermia ? Perché ha un alto impatto ambientale (paradossale emettere nell’ambiente mercurio, arsenico, boro, acido solfidrico e metano, in un quadro ipocrita di abbattimento di CO2); perché le bonifiche costeranno molta energia, oltre l’impatto già pesante sulla salute e infine perché la pressione geotermica si va velocemente depotenziando dalla fine degli anni ‘80 (fonte sito Arpat, Progetto geotermia)

 L’impatto ambientale della geotermia si concretizza in 535 morti in più nel periodo 2000/2006,acqua potabile inquinata fino all’ultimo comune dell’isola d’Elba, urgenza di estese costose bonifiche.

Nessun nostro errore di lettura sullo studio epidemiologico, come sostiene Bramerini: ci sono 535 morti in più rispetto agli “attesi” nell’area osservata (pag. 81-83), dei quali 99 nei comuni geotermici, gli altri nei comuni limitrofi. Le minimizzazioni dell’assessore regionale sono un ulteriore elemento di preoccupazione, perché lo studio dice con  i numeri che l’impatto sulla salute va ben oltre i confini geotermici 

In sintesi le 32 centrali geotermiche (5 nell’area sud Amiata e 27 nell’area nord Larderello-Travale ) censite da SIRA (Arpat, Registro europeo, dati auto dichiarati, sunto di MD) emettono in aria ogni anno:

28.599.575 Kg acido solfidrico

264,26 kg arsenico

3.360 kg mercurio

69.944 kg acido borico

oltre a molte altre sostanze cancerogene in tracce, come cadmio e cromo, tossiche come l’ammoniaca, climalteranti come il metano.

Giova conoscere altre “curiosità” sulle centrali geotermiche:

14 su 32 non hanno alcun sistema di abbattimento (2 area sud, 12 area nord);  il sistema di abbattimento  riesce ad abbattere fino a 29 volte gli inquinanti. La geotermia è esclusa dalle limitazioni del Protocollo di Kyoto. La potenza delle 32 centrali geotermiche (844 Mw) è paragonabile alle 2 centrali turbogas di Solvay (800 Mw) a Rosignano.

Tornando al mercurio, per avere un metro di paragone, nel 2007 abbiamo ottenuto la chiusura della vecchia elettrolisi a mercurio di Rosignano, che emetteva 131 kg di mercurio in mare e 80 kg in aria (42 volte in meno delle centrali geotermiche, in aria).

Ovviamente questi inquinanti della geotermia ricadono al suolo ed inquinano rete idrica e falde:

gli effetti sulla Val di Cecina sono acclarati, anche perché rafforzati da sversamenti di fanghi al boro-arsenico in affluenti del Cecina,  nel passato, e dalla presenza di discariche che accolgono fanghi di trivellazione (Bulera).

Gli effetti sul fiume Cornia (Piombino) e sulla rete idrica dell’Amiata si intuiscono facilmente: per l’Amiata il geologo Andrea Borgia, docente all’Università di Milano, sostiene da anni che vi sia  interazione - a causa delle trivellazioni geotermiche - tra la falda superficiale e la falda geotermica profonda, contenente  svariati inquinanti.

Sta di fatto che tutti i comuni a valle del Cecina e del Cornia, ma anche diversi dell’area amiatina hanno un alto inquinamento di arsenico e boro nelle acque potabili, in deroga ai limiti di legge.

Questo avviene in un contesto toscano già di per sè preoccupante: l’88% dei punti di approvvigionamento dell’acqua destinata al consumo umano sono classificati A3 (il peggiore livello, che richiede “trattamento fisico e chimico spinto, affinazione e disinfezione” (pag. 172 della Relazione sullo stato dell’Ambiente 2009 - Arpat)

http://www.arpat.toscana.it/pubblicazioni/relazione-sullo-stato-dell-ambiente-in-toscana-2009

 Dopo il 2° triennio di deroghe ai limiti di legge sull’acqua potabile della Regione Toscana, è intervenuta la CE (Decisione 28.10.10), dando lo stop ultimativo alla somministrazione di arsenico e boro nell’acqua entro il 31.12.12, ed imponendo misure cautelative per i soggetti più deboli (bambini sotto i tre anni), informazione della popolazione, bonifiche.

All’Elba, rifornita da Piombino via tubazione con acqua della Val di Cornia, sono stati chiusi i rubinetti negli asili nel dicembre 2010, per la presenza di arsenico e boro.

Non si capisce perchè la stessa misura non venga presa per gli asili di tutta l’area arsenico-boro (VdCecina, VdCornia, Amiata) 

L’assessore regionale e il gestore dell’acqua ASA SpA, ma anche alcuni sindaci, si sbracciano per asserire l’”origine naturale” di arsenico e boro nell’acqua. MD insiste per l’origine umana, d’altra parte provata per la Val di Cecina.

Insomma, il bubbone dell’acqua in deroga, mantenuto “riservato” per sei anni, finalmente è scoppiato per la reprimenda CE e per lo studio epidemiologico sulla geotermia, che guarda caso però non ha compreso l’Elba.

Per continuare a vendere acqua, ASA fa acrobazie, anche per scritto. Sentiamola sul boro: “nelle linee guida del WHO si riporta  il valore limite di 0,5 ppm, nella Direttiva Comunitaria  98/83/EC il limite indicato è di 1 ppm” (Ing. Michele Caturegli, dirigente ASA, nota 39891 del 27.12.2007 al Sindaco di Cecina).

Ancora Caturegli, di fronte ad alcune proteste all’Elba, dichiara a “Il Tirreno” del 13.1. 2011 :

” L’Organizzazione Mondiale della Sanità pone come valore limite 2,4 microgrammi per litro … attualmente i valori di boro sono sotto 3 mml in Val di Cornia e sotto 2 mml all’Elba”.

Insomma, dati in libertà.  Wikipedia conferma per l’OMS (WHO) 0,5 mm/litro.

 Ma non solo: le deroghe della Regione Toscana per 6 anni hanno ripetuto :“Relativamente al parametro Boro la popolazione deve essere informata che , in via precauzionale, il consumo dell’acqua da bere non è consigliato ai soggetti di età inferiore ai 14 anni.” (Deroga 1587 del 9.4.2009 e precedenti)

La Decisione CE del 28.10.10 limita il divieto ai bambini sotto i tre anni: un compromesso sulla salute dei ragazzi da tre a quattordici anni. Ma lo estende anche all’arsenico.

Alla luce di quanto sopra, tiriamo una conclusione provvisoria:

più che un fiore all’occhiello, la geotermia si rivela un disastro ambientale di vaste proporzioni, che comporterà effetti sulla salute per decenni.

L’accanita disinformazione che stanno facendo su acqua e studio epidemiologico sull’area  geotermica malcela gli affari milionari con ENEL e tenta penosamente di rattoppare l’immagine “sostenibile” di una regione in preda alle multinazionali. Inutile aggiungere che è doveroso presentare quanto prima pubblicamente lo studio epidemiologico nell’area nord, com’è già stato presentato a fine novembre sull’Amiata.

 

15.2.11

                                                                                 Maurizio Marchi

                                                                            (Resp. prov. Livorno e Val di Cecina)

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 04 Marzo 2011 08:23 )
 
Perchè NO al nucleare.. PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Marchi   
Giovedì 03 Febbraio 2011 13:50

cernobil_contaminatiDesidero rispondere al sig. Genghini che su “Il Tirreno” del 2 febbraio sosteneva “Perché è necessaria l’energia nucleare”, peraltro con argomenti traballanti.

 Il primo argomento contrario è quello di rispettare la volontà popolare. L’8 e 9 Novembre scorsi si è  ricordato  in tutta Italia il referendum del 1987, con il quale l’80% dei cittadini si espresse contro la costruzione di centrali nucleari. Se si deve rispettare questa volontà anche nonostante la legge elettorale “porcata”, sorbendoci un premier come l’attuale per anni, tanto più la si deve rispettare quando si è espressa così chiaramente su un argomento preciso come il nucleare. La paura dopo Chernobyl e Harrisburg è più che legittima, ma è solo uno dei moltissimi motivi. 

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 03 Febbraio 2011 14:18 )
 
622 morti in più dal cromo PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Marchi   
Venerdì 11 Febbraio 2011 11:55

Cromo dal gabbriccio, una sintesi dello studio CNR 2009

 

Nello studio del CNR di Pisa “ORIGINE DEL CROMO ESAVALENTE IN VAL DI

CECINA E VALUTAZIONE INTEGRATA DEGLI EFFETTI AMBIENTALI E SANITARI INDOTTI DALLA SUA PRESENZA” Relazione prima fase – febbraio 2009,

curato da Fabrizio Bianchi, M. Amadori ed altri, finanziato dalla Regione Toscana a seguito del rinvenimento in decine di pozzi della Val di Cecina di cromo esavalente nel 2006, si leggono molte informazioni utili e moltissime conferme di quanto MD, comitati e singoli cittadini denunciavano da anni.

 Ma vi si trova anche una notizia finora sconosciuta al movimento: le rocce ofiolitiche, il comune “gabbriccio” nelle nostre zone, contengono anche cromo, oltre ad amianto come denunciato da anni. E proprio le rocce ofiolitiche sono individuate come responsabili – nello studio CNR 2009 – dell’inquinamento dei pozzi, senza tuttavia assolvere completamente le potenziali altre cause: eventuale spandimento di fanghi concari su campi, fanghi della ex-conceria di Poggio Gagliardo (Montescudaio, ma situato alle porte di Cecina), emissioni delle ex fornaci di laterizi, numerose in passato nella zona tra Cecina e Castellina, e una ancora presente a Gabbro (Comune di Rosignano Marittimo). 

L’esposizione a cromo esavalente della popolazione, insieme ad altri inquinanti, ha causato nell’”area cromo” (15 comuni, di cui 11 nella Bassa Val di Cecina e 4 nell’Alta VDC) 622 morti in più rispetto alla media regionale, negli anni tra il 2000 e il 2006. (pag 134)  leggi tutto lo studio CNR

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 11 Febbraio 2011 12:08 )
 
Per non dimenticare: 25 anni fa 4 morti alla raffineria di Livorno PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Marchi   
Giovedì 27 Gennaio 2011 13:58

Il 30 gennaio 1986 alla raffineria Stanic (ora ENI) di Livorno morivano quattro operai intossicati a catena dall’idrogeno solforato (o acido solfidrico). Gianluca Nardi, Wladimiro Cecchetti, Domenico Maglione e Massimo Giampietro, tutti sotto i trent’anni, furono uccisi mentre lavoravano in una vasca di decantazione a cielo aperto. Uno di loro stava installando una valvola tra due condutture, quando intossicato dall’idrogeno solforato – che ha la particolare insidiosa caratteristica di inibire l’olfatto –  perse i sensi. Un secondo operaio accorse per aiutarlo, ma perse a sua volta i sensi, così il terzo e il quarto. Un quinto operaio provò a sua volta a fare qualcosa, ma poi si allontanò per chiedere aiuto salvandosi. “Gli operai sono spirati senza avere neppure la forza di emettere un grido”, riferirono le cronache.

 
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