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Tirreno 22.12.13  Il vescovo: requisite le case se la gente è senza un tetto

I tre sos di Giusti elencati nell’incontro con i politici: sfratti, giovani e lavoro Il bacino può dare occupazione, lasciarlo inutilizzato è un'assurdità

 

 

 

 

di Mauro Zucchelli wLIVORNO Alla fine la parola tabù sembra proprio che sia saltata fuori: perfino il vescovo Simone Giusti, che certo non è un pericoloso sovversivo, ha messo sul tavolo l'ipotesi di ricorrere alla requisizione degli alloggi sfitti qualora non esista proprio nessun altro modo per evitare che qualche famiglia sfrattata finisca in mezzo alla strada. Più o meno: meglio uno strappo in tal senso che vedere gente costretta a campare senza avere un tetto sopra la testa («per la dottrina sociale della Chiesa la persona conta di più del diritto di proprietà»). Anche se, sia chiaro, prima val la pena di capire se non è possibile magari un migliore utilizzo del (grosso) patrimonio di case popolari o una intesa con i proprietari immobiliari per mettere in circuito - a canone prestabilito e con la garanzia dell'ente pubblico - un po' delle tante abitazioni vuote. Il ritiro dei cattolici. Il presule l'ha detto al tradizionale appuntamento pre-natalizio del ritiro montenerese per i cattolici impegnati in politica: l'ultimo di questa legislatura prima del voto di primavera. Dev'essere per questo che i politici erano così numerosi (benché in contemporanea fosse in agenda l'assemblea Pd) ma anche così vivaci nello scontro dialettico. Detto in senso negativo: ha prevalso la logica delle appartenenze e dello scontro perfino in una sede neutro-pastorale come quella. Detto in senso positivo: si è usciti dal ritualismo natalizio da "messa cantata" e ci si è affrontati senza rete, con franchezza e talvolta perfino ruvidezza, al punto che l'incontro è durato un'ora più del previsto. A far da detonatore è stato probabilmente l'intervento iniziale dell'assessore Nebbiai: nel mirino i vincoli del patto di stabilità che «impedisce di usare le risorse che abbiamo», ma anche l'esigenza di ritrovare una «cultura del lavoro» che sia disposta a conquistare occupazione in cambio di produttività e sacrifici. Nel susseguirsi degli oltre trenta interventi dei partecipanti in cerchio si è andati al di là della prevedibilità delle posizioni di maggioranza e opposizione: spesso anche all'interno di ciascuno schieramento, in particolare del centrosinistra, non sono mancati i trasversalismi così come le esplicite prese di distanza (ad esempio, del capogruppo Pd Fenzi). Sfrattata una famiglia su 48. La questione casa è incandescente: solo per la statistica lo è in modo un po' meno clamoroso di due anni fa, quando erano i dati del ministero dell'interno a indicare che Livorno era la provincia a più alta intensità di sfratti in tutta Italia (uno ogni 170 famiglie). L'ultimo dato disponibile, quello relativo al 2012, dice che altre otto ora se la cavano peggio di noi: ma, come ripetono dall'Unione inquilini, se la proporzione la facciamo più correttamente rispetto al numero di famiglie in affitto da privati, si scopre che il terremoto esistenziale dello sfratto colpisce una famiglia ogni 48. Non è dunque un caso se il vescovo torna a puntare i riflettori sull'emergenza casa a distanza di pochissimi giorni dal blitz antagonista in consiglio comunale su questi temi e dalla sollecitazione del vicesindaco Picchi al prefetto perché gli sfratti siano sospesi anche a Livorno «così com'è accaduto a Pisa e a Firenze». Del resto, non è una novità che, sia pure a titolo esemplificativo-provocatorio (come "extremissima ratio"), il vescovo Giusti arriva a pronunciare la parola «requisizione»: l'aveva già fatto nella Pasqua dello scorso anno, sempre in occasione di un analogo incontro di preghiera con i cattolici impegnati in politica. Bacino: assurdo non usarlo. Ma l'emergenza abitativa non è l'unico argomento-clou che il vescovo mette nel menù dei politici in vista delle elezioni amministrative: l'altro è il lavoro. Anche in questo caso, l'aveva già fatto. Solo che stavolta focalizza l'intervento su un problema-simbolo: il destino del grande bacino di carenaggio. Il monsignore-architetto ha raccontato di aver incontrato operatori economici e di averne tratto la consapevolezza che il bacino sia un patrimonio di estrema importanza per la città: tale da consentire, se riattivato, la creazione di un grosso stock di posti di lavoro (da 150 a 400) nel giro di poco più di un anno. Giusti ha chiarito che non fa il tifo per questa o quella cordata: l'unica cosa sicuramente non ammissibile - è questo il senso del suo argomentare - è il fatto che questa infrastruttura resti lì inutilizzata, a bagnomaria nel nulla. Tradotto: si faccia la gara, si decida chi deve gestirlo senza ulteriore ritardo. Un appello chiaro, esplicito e senza giri di parole. Eppure nella replica finale, in modo ancor più diretto, il vescovo si lamenterà del fatto che, benché gli interventi siano stati numerosissimi, sul bacino non sono saltati fuori impegni e date. Emergenza giovani. C'è un terzo sos che monsignor Giusti sta mettendo al centro della propria azione pastorale: è l'emergenza educativa dei giovani, un po' nel solco con alcuni accenti delle preoccupazioni del suo predecessore Coletti. Guai - ha affermato - se i giovani non si rendono protagonisti della costruzione del proprio futuro, soprattutto dal punto di vista lavorativo. C'è bisogno di una sterzata che faccia uscire le giovani generazioni da una mentalità ancora troppo da Partecipazioni statali: l'occupazione è un posto che qualcuno mi deve dare. No, nell'opinione del presule ormai tocca al giovane conquistarselo sulla base delle proprie competenze: magari entrando nel "popolo delle partite Iva" e dando vita a una piccola realtà aziendale. Per essere imprenditore di sé stesso.