Per non dimenticare: 25 anni fa 4 morti alla raffineria di Livorno Stampa
Scritto da Maurizio Marchi   
Giovedì 27 Gennaio 2011 13:58

Il 30 gennaio 1986 alla raffineria Stanic (ora ENI) di Livorno morivano quattro operai intossicati a catena dall’idrogeno solforato (o acido solfidrico). Gianluca Nardi, Wladimiro Cecchetti, Domenico Maglione e Massimo Giampietro, tutti sotto i trent’anni, furono uccisi mentre lavoravano in una vasca di decantazione a cielo aperto. Uno di loro stava installando una valvola tra due condutture, quando intossicato dall’idrogeno solforato – che ha la particolare insidiosa caratteristica di inibire l’olfatto –  perse i sensi. Un secondo operaio accorse per aiutarlo, ma perse a sua volta i sensi, così il terzo e il quarto. Un quinto operaio provò a sua volta a fare qualcosa, ma poi si allontanò per chiedere aiuto salvandosi. “Gli operai sono spirati senza avere neppure la forza di emettere un grido”, riferirono le cronache.

 Nardi e Cecchetti erano dipendenti della ditta Montano, Maglione e Gianpietro della cooperativa Acli Labor. Lavoravano nella vasca senza maschera o altre protezioni, nonostante  incidenti di quel tipo fossero già avvenuti spesso alla Stanic.Ancora le cronache dicono che “il budget annuale destinato alle imprese di appalto crea una situazione di concorrenza spietata per vincere gli appalti; un’asta di appalto può essere fatta anche nel giro di una settimana, con le possibili conseguenti irregolarità.”

Ed ancora “In un tubo si possono formare sacche di gas ….  un  ristagno di prodotto. Quindi occorrerebbe, prima di aprirlo, un’accorta bonifica della linea con vapore, ma troppo spesso certe norme vengono trascurate sia per velocizzare il lavoro, sia per l’assenza di capi reparto o altro personale esperto della linea interessata.”

Eppure appena venti giorni prima, il 10 gennaio si era verificato un incidente simile all’ACNA di Cengio: due operai gravemente intossicati dall’idrogeno solforato, ed altri venti intossicati meno pesantemente, tutti ricoverati in ospedale.

Ed appena dodici giorni dopo si replicava a Porto Marghera: il 12 febbraio due operai gravemente intossicati, dei quali uno riportò anche una trauma cranico per la caduta a terra.

Erano le prime avvisaglie della deregolamentazione selvaggia del lavoro: fa impressione rivederle oggi,  quando la deregolamentazione è divenuta regola ferrea e generalizzata.

 

Ma l’idrogeno solforato (H2S) continua ad uccidere, a Livorno, anche a basse dosi: lo si avverte (quando si riesce ad avvertirlo, cioè finchè la concentrazione non inibisce l’olfatto) come puzza di uova marce, tipica nell’area della raffineria e nel quartiere di Villaggio Emilio e Stagno, alla periferia nord di Livorno.

Uno studio del novembre 2007 di due ricercatori dell’Università di Los Angeles in California, Maria Rita D’Orsogna e Thomas Chou, descrive gli effetti sulla salute di basse dosi di idrogeno solforato, che viene emesso principalmente da raffinerie di petrolio, ma anche da discariche di rifiuti urbani e speciali e da allevamenti industriali di animali.

Afferma testualmente lo studio :” L’evidenza scientifica vagliata porta alla conclusione che anche livelli di H2S al di sotto delle norme stabilite per legge hanno gravissime potenzialita’ nocive per

la popolazione. L’ H2S, classificato ad alte concentrazioni come veleno, a basse dosi puo’ causare disturbi neurologici, respiratori, motori, cardiaci e potrebbe essere collegato ad una maggiore incorrenza di aborti spontanei nelle donne. A volte questi danni sono irreversibili. Da risultati recentissimi emerge anche la sua potenzialit`a, alle basse dosi, di stimolare la comparsa di cancro al colon.”

Tra gli effetti non mortali si annoverano danni neurologici – come vertigini, svenimenti, confusione mentale, mal di testa, sonnolenza, tremori, nausea, vomito, convulsioni, pupille dlilatate, problemi di apprendimento e concentrazione, perdita di conoscenza, irritabilità, difetti della memoria, modifiche del senso dell’olfatto e nelle capacità motorie – e danni  polmonari come l’edema, rigurgiti di sangue, difficoltà di respirazione, tosse, dolori al petto.  Questi effetti spesso sono irreversibili, prosegue lo studio.

 

L’esposizione prolungata anche a bassissime dosi può provocare:

tra 0,1 e 1 ppm difetti neuropsicologici,  ritardi verbali, problemi motori, ecc

tra 1 e 5 ppm disturbi all’equilibrio e alla coordinazione, riflessi lenti, stato confusionale, ecc

tra  2 e 8 ppm insonnia, nausea, irritabilità, respiro affannato, diarrea, ecc

e così a peggiorare con il salire della concentrazione a 250 ppm con l’edema polmonare, l’alterazione del metabolismo cellulare, danni al sistema nervoso, ecc.

 

“Nelle vicinanze di centri di lavorazione del petrolio, fra cui impianti di idro-desulfurizzazione i livelli di H2S possono dunque essere 300 volte maggiori che in una normale città del mondo occidentale”, afferma lo studio.

Anche per onorare la memoria dei quattro giovani operai  morti 25 anni fa, è doverosa una indagine epidemiologica che accerti gli effetti sulla salute della popolazione nei quartieri nord di Livorno.

13.1.11

                                                                                            Maurizio Marchi